Circa l’usucapione di un bene condominiale la Suprema Corte ha stabilito che, ai fini della prova dell’intervenuta acquisizione per usucapione, non è sufficiente che gli altri comproprietari si siano limitati ad astenersi all’uso della cosa, né che il rivendicante abbia compiuto atti di gestione consentiti al singolo proprietario oppure atti che, comportando solo il soddisfacimento di obblighi od erogazioni di spese per il godimento o la manutenzione della cosa comune, non possono dar luogo ad una estensione del possesso, occorrendo, per contro, la prova che il comproprietario usucapente ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui,m in modo tale, cioè, da evidenziare, al di fuori di una possibile altrui tolleranza, una in equivoca volontà di possedere il bene in via esclusiva, impedendo agli altri ogni atto di godimento o di gestione (Cass. 18 Giugno 2007 n. 14171; Cass. 9903/2006; Cass. 16841/2005; Cass. 5226/2002).


Pur potendo le concrete modalità di godimento della cosa comune, desumibili dagli artt. 1102 e 1120 c.c., assurgere a contenuto di una posizione possessoria tutelabile contro l’attività del condomino che costituisca una molestia di fatto per gli altri partecipanti alla comunione , ai fini dell’esperibilità dell’azione di manutenzione occorre che detta attività si risolva in una imputazione della situazione dei luoghi che renda incomodo o restringa a vantaggio del singolo condomino il precedente modo di esercizio del possesso degli altri. Tale condizione non si realizza quando le opere eseguite dal compossessore, oltre a non modificare la consistenza materiale del bene comune, non ne determinano neppure una modifica della destinazione, rispondano allo scopo di consentire da parte sua un uso dello stesso più agevole, senza incidere sulla possibilità degli altri condomini della antecedente pari utilizzazione, come nel caso dell’apertura di una porta finestra sul lastrico solare comune da parte del condomino proprietario del piano attico (Cass. 23 Maggio 2007 n. 12047